30 settembre 2012

“BRIOSC”


Tu indossi un largo maglione rosso
e gli occhiali calati sul naso.

Lei, un foularino violetto,
nel cappottino sembra una di quelle
bambole di porcellana
dai grandi occhi scuri e
le guanciotte rosse.

Siete bambini di 97 anni in due
che fissano golosamente
il cabaret di brioches.
Sorrido fiera e piena d’ammirazione.


Voi non capite.

Ritorno a stamattina.
Lei in mutande e felpone
girava sovrana in cucina
e tu borbottavi lamentandoti
del continuo sali e scendi dalle scale.


No, voi non potete capire.

Eccomi.
Io sono lì.
Sono nelle sue mani,
nelle labbra,
nelle espressioni.
Mi vedo nelle rughe della tua fronte,
nei tuoi passi,
negli occhi.
Sono stata creata
dal tuo sorriso,
dal tuo modo bonario
di ridere sempre di tutti,
si, ma anche di tutto.
Sono fatta delle sue urla,
del suo modo di parlare,
delle sue poesie
lette come una ninnananna,
dei suoi fianchi che ondeggiano.
Sono impregnata della vostra ironia,
della testardaggine,
del vostro essere sempre avanti.

Mi vedo chiara, limpida,
innocente e bella,
d’averne quasi paura.


Io, i miei perché,
i miei sogni, la mia ambizione,
le speranze, il mio rispetto,
il mio amore, il mio dolore.
Sono lì nel vostro sguardo che assaggia le brioches.

Gli altri non capiscono.
Gli altri non possono capire.

Solo noi sappiamo cosa ci rende così diversi.
Solo noi sappiamo che quando
nessuno ci vede, in silenzio,
ci scende una lacrima,
per quello che,
per chi non capisce,
era solo un cane.
Solo noi sappiamo cosa rende
splendido quel modo, insano,
con cui fissate le brioches.

No, gli altri non lo capiranno mai.

Tu mi guardi, lei mi guarda.
Io faccio un cenno d’assenso.

Al diavolo tutto
Abbiamo comprato le brioches!

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